sabato 22 novembre 2008

AMARCORD: LI CHIAMAVO I "FIGHI"

L'appuntamento mensile con la rubrica Amarcord è dedicato ai ragazzi con un marcia in più, quelli che negli anni 70 e 8à si facevano rispettare pur senza essere dei bulli o teppisti.
Una storia che abbiamo ricevuto da un nostro lettore di nome Marco, che ci scrive da Alessandria. Anche voi potete mandare la vostra storia, un ricordo che vi sta a cuore, un episodio mai dimenticato; scrivete a: iostoconglippopotami@gmail.com.
H7-25



Oggi sono i bulletti, una volta, molto più romanticamente, li chiamavano "i fighi". Potevano essere fighi duri, cattivi, spietati, oppure giusti, esemplari, inarrivabili.
Per essere figo (o fico) non bastava l'aspetto fisico, bisogna esserlo nell'animo, una questione di dna: o lo sei o fai lo spettatore. Non si può nemmeno parlare di "scuola di fighi": quell'aura che uno ha intorno è innata, naturale.
Ognuno di noi sin dai primi di anni di vita ne ha incontrati, all'asilo o alla scuola elementare... Già a quell'epoca si disegnano precise mappe sociali: i timidi, gli insicuri, i "signorini" da una parte e loro, i "fighi", dall'altra. E da quella parte naturalmente erano anche rivolti gli sguardi delle ragazze.

Questione di dna, dicevo. Alla scuola materna, eccone uno, simpatico, sveglio, carino, alto ("altezza mezza bellezza" si diceva una volta...), e la mia prima cotta che mi dice "preferisco Enrico". E ti pareva. Che cosa ha lui che io non ho? "Non so, è figo!" Correva l'anno 1975... Enrico è poi diventato uno chef di caratura internazionale, proprietario di ristoranti a Beverly Hills. Un predestinato.

Alle elementari ce n'era uno nella mia classe (Gianluca) che aveva la fama da duro. E tale era. Disegnava da dio, aveva il vocione, faceva arti marziali e giocava a calcio nelle giovanili della squadra della nostra città, ai tempi della serie C1 e C2. Bastava questo a renderlo un mito per quell'epoca. Lui era uno di quei "fighi" che incuteva rispetto, ma non avevano successo tra le ragazze (o meglio bambine); il suo migliore amico (Andrea), alto biondo, bello, educato, secchione, si occupava di quest'aspetto. Insomma sembravano Starsky e Hutch. L'uno è diventato uno dei tanti, l'altro un architetto alternativo.
Nella scuola c'era qualcuno più duro di Gianluca; di quelli che ti fulminano con lo sguardo, che menano, che non hanno paura; si chiamava Roberto, per tutti Roby. E quel nome, in quegli anni (1976-1980) era veramente da fico. Il diminutivo faceva tanto americano; da allora porto rispetto per tutti i Roberto...

Arrivato alle medie, io continuavo ad avere il mio ruolo di timido e beneducato studente qualunque, a cui piace ridere con amici inoffensivi e sognare di uscire con ragazze che avevano occhi solo per loro, i "fighi". Ecco che nel 1981-1982 conosco la perfetta icona del "duro" di quei tempi. Si chiamava Rocky e nell'era del mito Stallone quel nome era più che una garanzia. Girava voce che era nato in America, dove il padre aveva lavorato, aveva gli occhi azzurro ghiaccio tipo pistolero degli spaghetti western e suo padre lo portava a scuola con una specie di pick up.

Rocky era il clone di Gabriele Oriali: stessi occhi, stesso taglio di capelli, stesso viso spigoloso. E soprattutto era un autentico duro. Ma anche un giusto. Pronto ad intervenire per difendere uno sfigatello che subiva un torto. Naturale che le ragazze, anche più grandi, lo cercassero. Era noto per aver avuto una fidanzata di terza media quando lui era in prima (ci rimanse per un paio di anni... in prima). Malgrado la scuola privata, la sua carriera di studente non ebbe altrettanto successo e Rocky se ne andò, facendo perdere ogni traccia di sé.
Chissà come si vive da Rocky nel 2008...
Marco

1 Scrivi il tuo commento:

zia stefy ha detto...

carina la tua storia, dovevi essere un ragazzino tenero e simpatico