L'appuntamento con l'intervista del mese non poteva ripartire con un ospite più illustre. Per celebrare il suo 70esimo compleanno abbiamo deciso di rendere un omaggio a Terence Hill. In realtà, non ci è stato possibile contattare direttamente l'attore; a causa dei suoi numerosi impegni la sua segretaria non ha potuto fissarci un appuntamento, abbiamo dunque fatto una selezione delle più recenti interviste che ha rilasciato, da quella pubblicata dal sito terencehill.com a quella rilasciata a "Che tempo che fa".
H7-25
Negli anni 50 eri un po' il fidanzatino per eccellenza del cinema italiano. Negli anni 60, arriviamo a "Il Gattopardo" di Luchino Visconti, dove interpreti un garibaldino, il Conte Cavriaghi. Credo che per te sia stato un incontro importante...
Si, è stato anche un incontro che mi ha fatto decidere di intraprendere definitivamente la carriera d'attore, perché sino ad allora non ero ancora convinto che quella fosse la mia strada. Adesso capisco quanto fu importante quell'esperienza, perché partecipai alla realizzazione di un film che credo sia avvenuta raramente nella storia del cinema. Per esempio, adesso quando si scelgono i costumi, il regista non li controlla neanche, oppure vengono fatti in fretta il giorno prima. Io in quel film, anche se avevo una parte piccolissima, feci ben cinque prove di costume, non solo per vedere come mi stava ma anche perché bisognava trovare la giusta tonalità di rosso della camicia. Perché i garibaldini se le facevano a casa e quindi non erano tutte dello stesso rosso. Visconti fu presente a tutte e cinque le prove, sia per me che per tutti gli altri attori. Quindi adesso mi rendo conto quale cura ha avuto quel film, oltre al grande successo che riscuote tuttora. Non so se lei lo sa ma ne è stata presentata una nuova copia a Los Angeles cinque anni fa e fu un successo strepitoso; mio figlio mi disse: "Caspita, che film che si facevano a quei tempi, a che bel film hai partecipato!".........e quindi, sì, è stata una bella esperienza!
Dopodiché si apre nella tua carriera un periodo interessante, ci riferiamo a quello tedesco; infatti, ancor prima di interpretare i famosi western all'italiana hai preso parte ad alcuni western di coproduzione tedesco-croata.
Per me è stato un periodo felice, in un certo senso, io abbandonai l'Italia per tre anni perché avevo interpretato questi film dove facevo il teen-ager e mi ero fossilizzato nel ruolo del giovane diciottenne. Quindi partii, andai in Germania e feci, credo, dodici o tredici film e la cosa bella fu che partecipai ai primi western europei i quali, nessuno lo sa, ma li realizzarono i tedeschi e non gli italiani, perché appunto si ispirarono a questo autore, Karl May che è come il nostro Salgari. Però, mentre ero in Germania, era ormai il 1967, constatai che tutti mi consigliavano di tornare in Italia perché stavano facendo questi grandi film western.... e a me piacevano!
Nel 64 uscì 'Per un pugno di dollari', ma pensai ormai di aver perso il treno per fare questi western. Quando tornai in Italia momentaneamente nel 1967,ormai il western italiano stava morendo. C'era, però, una troupe in Spagna con Bud Spencer ed altri due attori, Frank Wolff ed un altro. Questo film, ideato da Colizzi, che era uno studioso e grande scrittore di romanzi, si era ispirato a Esopo e il titolo del film era 'Il gatto, il cane e la volpe' che poi diventò 'Dio perdona... io no!'. Accadde che l'attore che doveva fare il gatto, Peter Martell, litigava sempre con la fidanzata ed una sera, durante una lite violenta, le tirò un calcio ma lei si scansò, colpì il muro e si ruppe un piede. Il regista Colizzi arrivò di corsa a Roma per cercare un altro attore, mentre la troupe era ancora là. La cosa simpatica è che io ero con il produttore Manolo Bolognini, il fratello del famoso regista e stavo facendo 'Little Rita nel west' e disse a Colizzi: "Guarda, io c'ho questo qui, se tu gli metti un cappello nero, visto così, ha gli occhi azzurri, somiglia a Franco Nero". E fu così che fui assunto, poi quel film divenne 'Dio perdona... io no!' ed ebbe un successo strepitoso, anche se il western era finito, dato che ormai se ne facevano 300 l'anno.
Il film ebbe comunque successo anche perché c'era già un pizzico di ironia e si stava formando casualmente questo feeling simpatico tra Bud Spencer e me. Poi cominciammo con le scazzottate e quando facemmo 'I quattro dell'Ave Maria' con Eli Wallach, Colizzi andò a vederlo in giro per l'Italia e notò che quando c'erano le scene con noi due insieme, la gente si divertiva di più: "Quando tu stai insieme a Bud" mi disse "la gente prova più simpatia, ridono, insomma non capisco ma vi metto insieme!"
Il merito di aver compreso fino in fondo le potenzialità comiche di della coppia Bud Spencer-Terence Hill, vada ad Enzo Barboni, che poi è anche il regista che più spesso ti ha diretto in carriera.
Lui creò proprio i nostri personaggi. Andava in giro per Roma con un copione intitolato 'Lo chiamavano Trinità', si rivolgeva a tutte le produzioni dicendo che voleva fare quel film. I produttori lo aprivano e dicevano: "Cos'è tutto questo dialogo?.....Non ci sono morti?.......Passo!" Intanto io e Bud stavamo cercando lavoro, avevamo già visto due o tre copioni che non ci erano piaciuti, quando arrivò Barboni e lo fece vedere al produttore, noi eravamo lì e decidemmo subito di correre il rischio. Sì perché era considerato da tutti un rischio fare un film così: strano, con delle battute strane. Lui aveva già pensato di farlo fare ad altri due attori ma, visto che eravamo lì subito disponibili, ci disse che gli andava bene e che lo avrebbe fatto fare a noi.
Pur essendo molto conosciuto per i ruoli comici, in realtà hai dimostrato duttilità e versatilità interpretando anche ruoli drammatici. L'ultimo, per esempio, è quello di 'Don Matteo' ma, anche in passato, io ricordo per esempio 'Barbagia' di Lizzani, 'La Bandera - Marcia o muori', 'Il vero e il falso'...
Sì, io prima di Trinità, ho fatto anche ruoli diversi, tant'è vero che quando uscì Trinità, io fui il primo a sorprendermi di questo successo così strano anche perché non sapevo di far ridere, pensai: "Allora io faccio ridere, come mai?". Però, veramente, mi piace molto il western, ero molto affezionato a questo ruolo e poi c'erano le mamme che mi fermavano per la strada per raccomandarsi di continuare così, perché potevano portare i propri figli al cinema senza avere sorprese. Da allora mi sentii responsabilizzato, decisi di continuare questo filone e lo sto facendo tutt'ora.
A proposito di sacerdoti, in precedenza avevi vestito abiti talari, una volta per finta in 'Porgi l'altra guancia' e poi nel film che segna il suo debutto alla regia, che è Don Camillo del 1983...
Avevo già fatto il western ed altro, mi piaceva molto Guareschi e mi piaceva anche realizzare una cosa che si svolgesse in Italia e il personaggio non lo sentivo molto lontano dai personaggi che interpretavo. Ma per poterlo realizzare mi dovetti impuntare perché nessuno voleva farmelo fare, tutti mi chiedevano che cosa ci faceva un cow-boy in Emilia Romagna nella parte di Don Camillo, ma io non mi arresi e mi ritrovai a produrlo da solo e poi, anche se avevo trovato il regista, mi piaceva troppo e l'ho fatto da me!
Qualche anno dopo di nuovo regista in alcuni episodi della serie televisiva 'Lucky Luke' e poi torna un po' all'antico con 'Botte di Natale', la tua terza regia.
Mi piaceva fare un film che fosse un po' un finale western con Bud e così si fece questo Notte di Natale perché era pensato come Notte di Natale ma con la "N" che prendeva un pugno e diventava una "B". Mi piacque molto girarlo con Bud, riprende un po' la nostra storia, da dove ci eravamo lasciati. La nostra mamma dice a Travis, cioè io, che vorrebbe passare il Natale con noi e mi manda a cercare mio fratello Moses.
Poi arriva un altro film poco visto e poco distribuito 'Virtual Weapon', in cui hai avuto come partner Marvin Hagler.
Questo è un mistero anche per me, perché è uscito dappertutto meno che in Italia e neanche in tv, quindi non so che interessi ci siano a tenere questo film nascosto da parte di chi lo ha comprato e so che è stato pagato. Credo che ci siano delle manovre finanziarie dalle quali tutti noi siamo al di fuori. Siccome viene trasmesso in tv 'Lazzarella', non vedo perché non debba essere trasmesso anche questo film che è molto divertente, fatto bene, girato in Florida e con Marvin Hagler che tutti conoscono. E' un pugile molto famoso che ha avuto degli incontri con Sugar Ray Robinson, che si dice sia uno dei cinque pugili più grandi mai esistiti. ....Non lo so!
Arriviamo a 'Don Matteo', una fiction di grande successo; com'è nata l'idea di tornare a fare un prete?
Avevo già due sceneggiature scritte, anche abbastanza buone ma era un prete diciamo, più d'azione, faceva parte di un plotone di paracadutisti, quindi era un cappellano d'azione. Stavo preparando questa cosa qui, quando la Rai mi chiama e mi mostra quattro copioni. Mi piacquero molto di più di quello che avevo in mente io, era una cosa alla quale non avevo mai pensato e cioè l'idea di un prete investigatore nella provincia italiana.Q uindi accettai con entusiasmo questa idea e dissi di sì... e così mi sono ritrovato a fare questo Don Matteo a Gubbio.
Il tuo rapporto sullo schermo con Bud Spencer: tu il bello, biondo con gli occhi azzurri, il furbo della coppia, Bud era il forte, muscoloso e senza cervello. In qualche modo sei stato la spalla di Bud o viceversa?
Difficile rispondere, non me lo sono mai chiesto. Se ero la spalla io mi fa piacere, se era lui, mi fa piacere lo stesso. Quello che avveniva tra noi è una cosa inspiegabile, io mi trasformavo quando stavo con lui e lui si trasformava quando stava con me, istintivamente. Le coppie cinematografiche sono rare perché non è, secondo me, un atto a tavolino o cerebrale, ma è un atto emotivo. Sarebbe facile dire, metto lui insieme ad un altro e faccio una coppia, i produttori sarebbero felici di poterlo fare. Per noi è avvenuto così, è capitato per caso. Il famoso pugno che dà Bud Spencer che piace tanto a tutti quanti hanno visto questi film, è nato anche quello per caso. Divenne, per noi e gli stunt-man, "il colpo del piccione", che consiste nel raggrupparsi in aria e cadere dall'alto su un fianco. Lo usammo molto anche in 'Lo chiamavano Trinità', quando lo facevamo fare al messicano Mezcal, e lo faceva talmente bene che gli veniva chiesto continuamente di farlo vedere!
Che consigli daresti a chi vuole intraprendere il tuo stesso mestiere?
Io ho sofferto finché non ho fatto l'Actor's Studio, perché ero molto timido e quindi ogni volta che entravo in scena il cuore mi andava a 150. L'Actor's Studio è un metodo che fa sì che chiunque, chiunque, può diventare un attore; poi se tu hai dentro qualcosa in più di tuo, diventi un attore straordinario. Quindi, se vuoi fare l'attore, secondo me, per la mia esperienza, fai un Actor's Studio o un'altra scuola qualsiasi, perché chiunque può essere un attore.
(fonte: www.terencehill.it)
domenica 5 aprile 2009
INTERVISTA A TERENCE HILL
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sei un mito irrangiugibile!!!
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